Fabio Niero racconta la 31° Coppa del Chianti

Devo pensare che se siete qui ad inebriarvi di queste facezie, siete sempre più desiderosi e curiosi di calarvi nelle peculiarità delle scoperte di un cacciatore di anime, come il vostro Cronista dell’Occulto. Mi fa piacere, ovvio, ma al contempo mi allarma. Vi sto forse
convertendo a barattare la vostra pervicace passione motoristica con le ineluttabili nefandezze vanagloriose di un giramondo libertino? Già già, d’accordo, le avventure di Casanova erano pu*tanate, nel vero senso del termine, ma piacevano a tutti. E allora, eccoci al Chianti. Coppa !!. Anche se, vivaddio, il chianti non si beve in coppa, come il gallo nero ed il Putto ben sanno, ma si vede che Zardo, che pensa solo a guidare al meglio e dar merenda a tutti, ha pensato diversamente. Non voglio scendere in cronache, salaci e caustiche come a volte definite dall’esimio Direttore Roselli, poiché già molti vi hanno messo mano e lingua, ma voglio stigmatizzare che all’organizzazione di questo evento va il mio plauso. Senza esagerazioni, senza squilli di tromba ed acuti, ma con garbo e coerenza, tutto è stato portato in porto al meglio, con la collaborazione di tutti, dai Commissari di percorso, alla presidenza dell’evento. Bravi. Anche se alfine di chianti io non ne ho sorbito neanche una goccia. Mi sono accontentato della birra.
Al punto di averne in pectore dimolta di più di quella che qualche concorrente, complice la pioggia, ha dimostrato di avere in gara. Un abbraccione al Maestro Bonucci, ed al suo gruppo, cui va tutta la mia simpatia, poiché dopo avergli razziato i dolciumi dell’hospitality ho pensato bene di scroccare anche un passaggio all’auto di famiglia per salire fine gioco, e un plauso senza limiti al gruppo Di Fulvio, di cui dovrei impossessarmi di un po’ di DNA per spartirlo in ambiti dove la voglia di lavorare latita. E dire che l’inizio di questa gita di lavoro non si era certo presentato bene, dando subito segno che ormai a fine stagione, qualche meccanismo si era un po’ logorato e mostrava la corda. Il buon Peppe era in crisi mistica, ahem, fisica, vittima di un’influenza virale contratta dai suoi bambini. Per esperienza, sono le più micidiali. Pertanto il suo range di attività era molto limitato. Noialtri invece si era un gruppo cospicuo, che alla domenica vedrà due fotografi e ben 10 operatori lungo il percorso.

In foto lo sfortunatissimo Reina Salvatore che all' ultima curva vede finire la sua gara
Semplicemente 3. Tutte corredate da commissario in giubbettino anti-infortunistico giallo neon. Impossibile sbagliarsi. Invece, c’è stato chi ha avuto modo di complicare la mia presenza restando fermo alla prima riga, lontanissima per me, fino all’ultimo e poi fiondandosi alla partenza direttamente, chi ha fatto groppo montando sul dietro di chi stava schierandosi in modo corretto, chi ha stretto le linee, chi ha dilatato l’arrivo, chi questo e chi quello. More solito. Eddai, non parlo di frutti di rovo.
Anche se ci sono sempre spine, dappertutto. Io adoro quelle che spinano birra, come già ho avuto modo di dire, ma questa è un’altra storia. Fine prove e agitazione limitata, basta tornare alla locanda ed attendere fiduciosi. Siccome tutto è filato liscio, o almeno quasi, e siamo nei tempi, possiamo andare all’albergo previsto e prenotato, così dicono, per un sano e meritato riposo. La signora mozzarella, del locale di santa Lucia, tra una cafonata ed una stracchinata, chiedere a Nonno Nanni, ci fa capire di non aver compreso l’ordinativo dichiarato e sebbene aver goduto di una scorribanda nella carta di credito del buon Salvatore prenotante essersi completamente sbagliata nella conservazione degli spazi. Non le era stato chiaro che quattro posti al venerdì e quattro al sabato definivano i tempi d’arrivo per otto commensali.
Già perché a tale nome rispondeva il loco dove avevamo trovato le stanze di fortuna in cui, bontà di chi accompagnava, dopo una sosta a comodi altrui di oltre un’ora al fresco della sera delle dolci ed ubertose colline toscane, umide per bene e raggelanti mica poco, eravamo stati accompagnati ed abbandonati, col buon Nopper addirittura rimasto senza giubbino, perso in qualche vettura non concessaci in usufrutto. Già, perché tra colleghi ci si comporta così, generalmente. La cosa era stata di per sé di già abbastanza seccante. Il fatto di essere dimenticati costì, recuperati a fastidio dopo innumerevoli telefonate stizzite da chi si era già bellamente e belluinamente seduto a tavola, gnorri di questa volgare imitazione della sorte di Arianna che ci era toccata, e che alla fine la cena si sia rivelata un disastro e ormai demandato alla storia, condito dagli urli ed improperi di cui sono stato protagonista, per la vergogna del pavido Biondo, sempre più vittima della sindrome della vecchia zia taccagna che ormai lo contraddistingue.

In foto Uberto Bonucci sulla nuova Osella PA9-90
Ma la notte porta consiglio, e al mattino, complice una colazione tutta per noi tre nordici, stiamo decisamente meglio, grati alla trattoressa (trattrice mi sembra un po’ meccanico no?) che si alza un’ora buona prima del solito (suo) per prepararci la colazione. Grazie Veronica. Anche se certamente non si chiama così. Agli altri la’ultima onta da parte della ineffabile mozzarella che nega il minimo del comfort del mattino al resto degli isolani, non preparando neanche un minimo di breakfast. Ma facendoselo ugualmente pagare. Furbi ‘sti toschi di seconda scelta, amanti dell’improbabile atto inverecondo del porre qualcosa in seno a dove la schiena cambia nome, quasi per dilettevole dileggio.

Stefano Di Fulvio in partenza su Osella PA9
Fortuna che non tutti sono così. E siamo sul campo di gara. E dopo un paio di vetture partite a pieno (si fa per dire) ritmo, ecco che il cielo si adombra di tanto gaudio e piove. Sputtanando tutto. Il piacere del pubblico, la gommatura, l’assetto, la carburazione delle vecchie nonne, il sistema nervoso di qualche pilota e non da ultima, la nostra condizione di lavoro.
Per qualcuno durerà poco, per altri di più. Per me un po’ di spray e basta. Ma tanto basta a far andar piano molti del folto gruppo incipiente. Troppi. Così la cosa si fa un po’ noiosella. Anche perché è una gara vecchio stampo. Partenza a un minuto per tutti. Va a finire che s’inizia alle 10.00 e si finisce alle 16.00.

Osella PA9 di Stefano Di Fulvio durante la fase di settaggio
Seconda vittoria consecutiva. E nonstante i rumors di cosa ci sia veramente sotto a quel cofano sponsorizzato Esso, la gara va in archivio. Di Fulvio conferma il suo stato di grazia con un ottimo secondo posto mentre Bonucci, terzo, onora la Sua gara, sua intesa come propria di lui, sensese ma mai in senescenza. Una competizione che merita l’incensamento ricevuto ed il plauso, e che speriamo diventi di nuovo un caposaldo delle salite italiane, famose nel mondo. Bene anche tutto il resto del Team Di Fulvio Racing presente all'ultimo appuntamento valevole per il Campionato Italiano ed Europeo della Montagna, in primis con il citato Stefano su Osella PA9, che doveva esorcizzare i diavoli dell’ultima esse, ed il formidabile rampollo fresco vincitore del Campionato Italiano CSAI Simone Di Fulvio su X1/9 1600 Dallara. E perfetto anche con tutti gli altri. Per noi, mesto ritorno in una vettura dove volavano strali silenziosi ed il mutismo è pesante e astioso, dopo i fatti della serata, e dove incombeva la fretta di rientrare. Al fine sono a casa, ed è una rarità, prima delle 22.00. Non resta di vedere come va a finire a Cividale. Ah, se pensate che tutto questo sia qualcosa di realistico e verosimigliante, siete fuori strada. Per tutto il resto, vi saluta animosamente il vostro cronista dell’occulto
Fabio Niero
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