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Fabio Niero racconta la 38° Coppa del Cimino

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Viterbo, città del verbo. Di quale? Menefregarsene. Ovvio. Già, perché in poche situazioni vedi una città indolente ed assente alle sue kermesses. Certo, c’era appena stata la processione con la Macchina di Santa Rosa, che per i profani non è proprio un’automobile agghindata a santuario semovente

 

ma un attrezzo di legno e tela, con luci e ammennicoli vari fatto quale ex voto alla santa patrona, che pesa tonnellate ed è alto 20 metri, e viene portato a spalla giro giro le mura, da un gruppo di baldi e forzuti giovini locali per tutta la sera, mentre la banda suona e ci sono i fuochi artificiali. In cambio di una infatuazione religiosa, spero e non per denaro, anche se ormai il cinismo impera. Saturi di ciò, il fatto che ci sia una gara in salita a poche centinaia di metri, lascia tutti di stucco e stralunati di stupore. Sembra che la corsa sia un segreto di stato. Nessun ristoro, nessun appoggio, niente promozione, niente di niente. Non frega niente a nessuno. Pari pari. E pensare che le cose erano cominciate male, ma sembravano messe al meglio. Per inciso ero partito da Trieste alle 21.00, ora del tutto umana, per arrivare a Padova, attorno alla mezzanotte e mezza. Lì mi aspettava una attesa piuttosto lunga, specialmente perché la stazione chiude, in timore di usucapione, e attorno non c’è nulla di agibile aperto al pubblico. Nulla di nulla, ne bar, ne cineserie, ne paninoteche. Sono solo e in giro vedo solo ceffi di variopinto colore e eterogenea etnia, ciclisti semifantozziani e taxisti schiamazzanti. Per fortuna, Michele, il buon cognato di Salvatore, viene a prendermi e mi fa compagnia in anticipo sulla tabella di marcia. E arriva il momento della partenza per tutto il team. Siamo in viaggio.

Con Bongo-Baldo, il citato cognato e Salvatore alla guida. Nottata di chilometri, per essere a Viterbo in mattinata. Nottata fresca, ma vivibile. Anche se dormire in macchina è proprio una malavita, come dicono i miei compagni siciliani. E un tiepido sole ci accoglie in quel della città murata umbra. Siamo alle verifiche, dove non succede nulla e si presentano 4 gatti. In totale, nei due giorni di verifica, si sono presentati in 94 e tanti saranno i partenti. Siamo abituati a ben altri numeri, noi. Prove, senza infami a e senza lode da parte dei piloti che ce la mettono tutta per fare tutto in fretta e bene. E così è. Ma c’è un distinguo importante. Un distinguo? Vogliamo essere buoni, và. L’antefatto alla partenza delle prove è un siparietto di quelli succosi. Interpreti, protagonisti e co-protagonisti, in ordine sparso e non me ne vogliano, il direttore di gara, l’organizzatore, il prefetto, la vice prefetta, i commissari, il tenente dei Carabinieri, il presidente del gruppo Piloti Viterbesi, amici e consanguinei vari. Quando hanno pensato alla torre di babele, si devono essere ispirati a loro. Un luogo dove tutti parlano contemporaneamente, ma nessuno capisce quel che viene detto oppure non gli frega niente, ancora, di ascoltare gli altri.

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Ciascuno convinto di aver ragione e saperne di più. I carabinieri vogliono che i commissari che sono in postazione con i figli, non abbiano figli e pertanto, questi ultimi, visto che il fatto è ormai consolidato, prendono e se ne vanno, offesi. Per la sicurezza è un gran vantaggio, dato che la postazione rimane così scoperta. Poi, tutti si sbracciano per fare in fretta convinti che si inizi alle 15.00. in realtà il direttore di gara la vede diversamente, optando per le 15.30 ma con comodo. Contemporaneamente i cronometristi (sempre più tristi verrebbe da dire) si incartano per conto loro. Il prefetto manda poliziotti su e giù, che si intralciano a vicenda, ed i Carabinieri si occupano di un ordine pubblico evidentemente relativo a qualche altro evento che solo loro sanno. La donna del ponte (radio) all’arrivo, impazza e dà ordini a destra e manca, facendo spostare persino le piante secolari. (alla domenica sarà capace di venire a dire cose assurde anche a me e minacciarmi di morte sicura se continuavo a persistere nei luoghi dove bazzicavo, per lavorare ovviamente, per inciso la postazione di un commissario, ma un commissario di 19 anni, senza radio, accessori e bandiera gialla, ma quel che è peggio, senza esperienza, reclutato solo il venerdì sera. Ma proprio le radio tengono banco. Dato che qui non sono i commissari a gestirle, a causa della zona ad alta interferenza e scarsa ricezione.

 

Bensì i radioamatori. Bravi nel loro, ma disinteressati alla gara ed incompetenti. Un esempio? Si ferma una macchina per cause meccaniche in una certa zona. E la radio, tra interferenze e fruscii gracchia: - se è fermata na machina. - Il direttore chiede, come da routine, notizie del pilota, come si sia fermata, il numero, la posizione sul percorso e eventualmente perché. Risposta:  - e che ne so. Nun va ppiù. – E tralasciamo il resto. Per fortuna che nel corso della cosa, le radio cedono a ripetizione e almeno ci si risparmia simili siparietti. Nonostante alcuni appartenenti alla polizia stradale si comportino in modo eccellente e professionale, e mi salvino anche dalla disidratazione regalandomi una bottiglietta d’acqua, ed il responsabile del percorso, vero deus ex machina, si danni l’anima per far girare le cose, l’organizzatore sembra creare problemi stupidi a bella posta ed i piloti viterbesi, che non gliene frega niente neanche a loro, presentano ADESSO la mozione per l’eliminazione delle chicanes. Sembra di assistere ad un film di Paperino. E intanto le auto civili continuano ad entrare ed uscire dal percorso. Nonostante manchi meno di un quarto d’ora al via stimato dal direttore di gara, che sembra non preoccuparsi di nulla. E si aspettano ancora pullmann e corriere di linea. Anche se qualcuno fa timidamente presente che sono già passate. E manca anche il medico responsabile, che a quanto dicono, è a pranzo a Roma ed arriva con comodo pure lui. Alfine, si parte. E le prove raccontano di una pomeriggio abbastanza noioso, senza acuti, con qualcuno che imballa il motore al via e qualche altro che si ferma per strada. Niente di preoccupante. E’ domani che conta arrivare. E si finisce.

Di lavorare, ovvio, perché adesso viene il bello. No, non è che arrivi uno esteticamente dotato, viene il bello della ricerca dell’agriturismo dove abbiamo, alla cieca, prenotato. Sulla Cassia, verso Roma, in una stradina che sale. Facile a dirsi. Primo, tutte le strade portano a Roma, lo sanno anche i bambini, quindi inutile farsi ipotesi su ciò. Poi.. a richieste di aiuto in giro, ci mandano sulla Cimina, che qualcuno chiama comunque Cassia, ovviamente sono strade, non donne, e così per cercare la nostra stradina d’accesso facciamo più o meno 40 kms su e giù, come balordi. Naturalmente, i tre siciliani in macchina non lesinano intemperanze e esternazioni in vernacolo, litigandosi furiosamente la responsabilità degli errori. Siamo sulla Cassia, finalmente, in direzione giusta. Ah senatore Cassio Longino Censore, avrebbe mai detto che sulla strada consolare a lei intitolata, che nasce al Ponte Milvio (ponte molle) a Roma proprio, ci sarebbe stata una siffatta gazzarra? E su e giù. Alla fine, ed è ormai buio, troviamo la fatidica stradina. Altro che stradina. È una prova speciale da rally su terra, e terra cattiva. E non finisce mai. Si va su su su…. Adesso capisco perché il posto è così a buon mercato.

Chi ci arriva mai? Noi ovvio. Ci arriviamo. Evviva. Senza sarcasmo, è una villa da capogiro. Giardino, vigna, piscinetta, patio.. prato all’inglese e una sontuosa dependance per noi. Da 2 o la massimo tre persone. Noi esageriamo e siamo in 4. ma si sta bene comunque. Solo, che lì non si mangia. Ma come. No, dobbiamo scendere la stradetta (da rally) fare un giro verso Viterbo mai sentito prima e risalire per un’altra stradetta. Lì c’è l’agriturismo convenzionato che fa da mangiare. Stavolta abbiamo capito. Anziché avviarci garibaldini agli incroci, cerchiamo imbocchi sterrati e seminascosti, e ci siamo subito. Altra prova da rally mondiale e siamo in tavola. Aspettiamo una buona oretta che ci servano, perché c’è un bel quantitativo di ingordi nelle tavole attorno, ma alla fine siamo satolli. Rientro bomba, da miglior tempo assoluto, e tutti a nanna, meno me. Che preferisco par due passi nella notte, in quel giardino silenzioso, dove vengo accompagnato da cani grandi e piccoli, che fanno una guardia proprio “circa” e un gatto nero. Una sorta di non ci frega niente animale. Un sintomo? E’ mattina, fa fresco e la colazione è all’aperto. Stranezze viterbesi.

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Siamo sul campo di gara, a vedere Denny Zardo vincere, ma ecco che la preposizione d’assunto si manifesta. Anziché esserci un a fiumana di gente a godersi la giornata, non c’è praticamente nessuno. E i presenti si giustificano dicendo che Viterbo è così. Volutamente così. Come la storia dell’aeroporto, storia senza fine e senza futuro, quella dell’autostrada, fatta deviare in passato perché non portasse briganti e malviventi, o quella del collegamento ferroviario, che è praticamente una burla. Anche la gara è una cosa che mal sopportano e fanno finta non ci sia. La finiamo in fretta. Nonostante una poliziotta di belle speranze fischi il fischiabile a mio indirizzo, per motivi del tutto incomprensibili, forse anche a lei stessa, e venga a dirmi cose piuttosto ovvie tipo se sapessi che c’era in corso una gara di macchine… (a riprova che l’ignavia locale è ben radicata…) e gli altri componenti il team riportino parimenti di interventi di tutori del disordine, qui presenti in proporzione al pubblico di 10 a 1 e quindi onnipresenti e senza niente da fare, tanto abbiamo visto che della gara non gli frega assolutamente niente, interventi quanto mai fuori tempo e fuori luogo.

Quindi si può cincischiare con le premiazioni senza pressione, e nonostante il microfono balbetti e spesso si spenga, sembra che ci siano coppe e porchetta per tutti e la cosa non finisce mai. Ma alla fine si va. Si, dove…..? in autostrada, verso casa, verrebbe da dire. E invece no. In autostrada sì, ma fermi lì. Cementati. In colonna. Una pena. Un delirio. Sembra che tutto il mondo abbia deciso di andare verso Firenze, proprio adesso. Poi di nuovo tutti fermi all’imbocco della Firenze-mare e poi ancora a Bologna. Risultato: siamo a Padova ben dopo le 21. E sono a casa che sono quasi le due di notte. Cosa dovrei dire. Più di 10 ore per rientrare. Fossi stato a Krasnojarsk ero già a casa da un pezzo. Ah, se pensate che tutto questo sia qualcosa di realistico e verosimigliante, siete fuori strada. Per tutto il resto, vi saluta animosamente il vostro cronista dell’occulto Fabio Niero.

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